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Claudio Borroni
PAROLE, SGUARDI, GESTI E FORME
Con la parola si opera una traduzione, una compressione in segni o suoni di qualcosa di vissuto che forse va al di là di noi stessi. Ci siamo fatti vicino all’altro con la nostra presenza, coinvolti nella loro vita per il tempo di un battito di ciglia. Abbiamo vissuto questo breve momento nell’azione del movimento prendendoci cura di creare uno spazio-tempo il più sereno possibile. In questa esperienza reale di avvicinarsi al prossimo l’energia che si è sviluppata, è diventata esponenziale facendo esplodere la pulsione biologica a vivere in tutta la sua bellezza fatta di parole, sguardi, gesti e forme. La potenza e la forza della speranza che i ragazzi hanno condiviso con noi sono state un dono che ci ha pervaso l’animo con un movimento emozionale che io chiamo amore.


Roberta Di Matteo
UNA CASUALITA' CHE ARRICCHISCE
“Chissà che cosa ci aspetta domani!” ci si chiedeva la sera prima, in camera, sorseggiando una tisana regalataci da Romina e Luana. Moltissimo è stato il calore con il quale siamo stati accolti ed è stato molto coinvolgente ascoltare i racconti delle vicende connesse alla disgrazia del terremoto da coloro che le hanno vissute in prima persona.
Notte insonne, quella, per me e i miei compagni di viaggio Claudio Borroni, Cristina Pipan e Daniela Vargiu. Alle 3.00 di notte ciascuno di noi è stato svegliato dall’emergere dei propri pensieri.

L’indomani abbiamo organizzato, grazie alla grande disponibilità di genitori ed insegnanti, due laboratori da due ore per un totale di circa 70 bambini e ragazzi. Ciascun incontro è stato suddiviso in modo tale che i ragazzi potessero partecipare ad un’ora di danzaterapia ed un’ora di arteterapia.
Il primo incontro è stato svolto nella sua completezza e i ragazzi delle scuole medie, accompagnati dalla musica e dalla conduzione, hanno partecipato attivamente all’esperienza dimostrando un grande coinvolgimento, di cui i fogli dipinti (destinati ad essere appesi per decorare l’istituto) sono una testimonianza. Alla richiesta di “disegnare la musica sui fogli” è stato emotivamente forte per me osservare i ragazzi scrivere spontaneamente i nomi dei loro paesi d’origine, ormai ridotti in macerie.
I bambini delle elementari, protagonisti del secondo laboratorio, sono entrati nell’aula dopo che una seconda scossa di terremoto aveva già reso necessaria una temporanea evacuazione dell’edificio. E di lì a poco, durante la prima fase di danzaterapia, è stato necessario evacuare nuovamente l’edificio per una terza scossa.
Ho ammirato il coraggio di quei bambini che, nell’infilare ed allacciare rapidamente le scarpe, hanno mostrato la tranquillità e la disciplina di chi è abituato a fenomeni di quel tipo. I reportage giornalistici sugli schermi nelle nostre calde case mi appaiono, da lì, come parole superficiali, parole che non muovono l’animo, parole che non muovono nulla. Per tale motivo credo che la casualità del terremoto abbia arricchito la nostra esperienza: è stato possibile toccare con mano la paura, l’incertezza, l’impossibilità di una pianificazione futura… ma anche l’altruismo, la solidarietà, la forza di tante persone allontanate dalle loro case e lasciate a se stesse.

Dietro la burocrazia infinita, la difficoltà di entrare nella propria casa per recuperare i loro averi, il rischio degli sciacalli, l’impossibilità di qualsiasi proiezione futura, le strade non percorribili, la neve, le due ore necessarie per raggiungere il posto di lavoro ogni mattina… Ci sono delle persone. Nessun telegiornale e nessun articolo possono restituire i loro sguardi smarriti, i sorrisi spenti, le speranze tolte… e nonostante tutto, le speranze, ancora.
La comunità di Ussita, temporaneamente alloggiata nei bungalow dei villaggi-vacanza di Loreto, ha mostrato una grandissima resilienza, una grandissima capacità di affrontare e trasformare le situazioni di difficoltà: come affermano loro stessi, ciò è dovuto anche alla scelta di agire in gruppo, coeso e solidale, e di non disperdersi. Certo, gli anziani appaiono assorti nella contemplazione di un passato che non potrà più ripetersi, alcuni adulti “si imbruttiscono” perdendo il raziocinio e la capacità di relazionarsi, guidati solo dalla paura e dalla disperazione, i bambini mostrano con disinvoltura il loro disagio in ogni loro creazione… ma il gruppo c’è.
Questo è quanto mi sento di comunicare riguardo la mia esperienza di danzaterapeuta a Loreto. Il gruppo c’è. Ed è veramente un traguardo meraviglioso, se confrontato al disastro che ha dovuto affrontare. Credo che gli abitanti di Ussita dovrebbero andare fieri di questo risultato, continuando a vivere il “presente” (parola che nella lingua italiana è anche sinonimo di regalo, dono) che porta con se’ il ricordo del disastro (dal lat. DIS-ASTRUM, senza astro) insieme al desiderio (dal lat. DE-SIDUS, senza stella) di un futuro migliore.
Io spero di aver regalato uno scorcio di questo presente.
Li esorto a continuare a sentire, in questa profonda mancanza di stelle, il legame indissolubile tra deprivazione e aspirazione che accomuna tutto il genere umano e che ci tiene legati lungo quel filo di cui l’aiuto reciproco e la gentilezza rimangono la manifestazione più profonda.


Cristina Pipan
ARCOBALENI, PALLONCINI E NUOVE CASE PIENE DI CUORI

Diario di un’esperienza
18 GENNAIO 2017 la terra trema, ma io ci sono ed assieme a me i miei compagni Roberta, Daniela e Claudio, il nostro compito: portare i colori, l’arte, la danza e la gioia come sostegno a 70 bambini.
Siamo partiti nonostante le condizioni atmosferiche sembravano avverse: era prevista neve, strade chiuse… ma siamo partiti ed il nostro viaggio è andato bene.
Arrivati a Loreto nel primo pomeriggio siamo andati subito a vedere la struttura della scuola dove avremmo condotto i laboratori e qui incontriamo Valentina. Avevamo a disposizione una stanza enorme, perfetta per 70 bambini! Ci siamo messi subito ad allestire la stanza con i nostri rotoloni, i colori , le tavolozze...
Scesi poi a Porto Recanati siamo andati al campeggio dove il signor Sergio ci attendeva per condurci ai nostri alloggi.
Anche nelle abitudini quotidiane senti che là c’è una situazione differente, non lo so, forse la si respira nell’aria, la si sente attraverso la pelle, le parole delle persone. I piccoli problemi burocratici della vita di tutti i giorni non contano più niente, là bisogna tirare avanti nelle condizioni meno favorevoli e le relazioni, i contatti tra le persone anche se prima sconosciute, sono una salvezza per non rimanere soli e crollare nella tristezza ed angoscia più profonda.

Arriviamo ai nostri alloggi, fa freddo, cerchiamo di scaldarci con una camomilla improvvisata, ritrovata rovistando nel fondo della mia valigia e ci sediamo per accordarci sui laboratori del giorno dopo.
Idee, flash improvvisi, scalette, attivazioni, piani A, piani B, lavori di gruppo, materiali, musiche, tempi, volevamo fosse tutto pronto e ben curato per portare a questi bimbi il meglio.
Scendiamo al campeggio dove al ristorante avremmo dovuto cenare con la referente del Comune di Ussita ed un consigliere comunale, Romina e Lorena. Erano stanche appena ritornate dal lavoro dopo ore di viaggio e nonostante tutto hanno trovato il tempo per stare un po’ con noi! Ringrazio di cuore queste donne!
Appena messo piede nel ristorante, è sempre quell’atmosfera che mi travolge, quello non è un ristorante dove vai a cena tutti i giorni, dove le famiglie trascorrono le loro estati spensierate, là c’è qualcosa di diverso è il silenzio che ti parla e ti racconta di una tragedia.
Entra una signora anziana, la vedo persa, sconsolata, prende la sua cena e si siede, la sua casa non c’è, come per tutti gli altri, ma forse la cosa che la rende ancora più triste è che forse per ricostruirla ci vorrà tanto tempo, troppo tempo! ...Ho dovuto distogliere la mia attenzione da lei perché troppa era la tristezza che mi stava inondando e non sarei riuscita a trattenerla.
Mi giro e vedo messa da parte la sagoma di un albero di Natale costruito con la carta, appesi ci sono tanti cerchi di carta colorata ognuno con un pensiero, un desiderio: “VOGLIO TORNARE A CASA MIA!” ,“CERCA SEMPRE LA FORZA DELLA VITA PER AFFRONTARE LA RISALITA”...

Abbiamo cenato insieme a queste due meravigliose donne, orgogliose della loro terra, pronte a lottare per ricominciare. Ho ascoltato i loro racconti, la loro rabbia, la sofferenza e la tristezza di aver tutto distrutto, ma la loro dignità nessuno e niente la potrà distruggere.
Stanchi ce ne andiamo tutti a letto con i calzettoni di lana e due coperte. Alle 03:00 della notte ecco che mi sveglio e poi fino alle 6:00 tutto un dormiveglia. La sveglia suona ci svegliamo o meglio ci alziamo tutti dal letto e scopriamo che alle 3 eravamo già tutti svegli .... Quando si parla di sintonia!
Ed ecco che la nostra tanto attesa giornata inizia, usciamo alle sette , è buio, sembra ancora notte, fa freddo, il vento soffia forte, ci fermiamo un attimo sul lungo mare ed andiamo in spiaggia, il mare è mosso e le onde altissime salgono verso il cielo per poi ricadere sulla spiaggia, in un ciclo continuo, all’orizzonte il cielo si sta aprendo c’è un piccolo occhiolino rosso che ci sta osservando: il sole sta sorgendo.
Chiudo gli occhi allargo le braccia e gli schizzi delle onde mi riempiono la faccia, sento il gusto del sale sul mio viso, mi sento forte, tutte le paure e ansie se le porta via il mare con le sue onde ed ora sono pronta!

Arriviamo nella sala dove svolgeremo i laboratori, l’adrenalina è alle stelle siamo in attesa, sono emozionata, non vedo l’ora che arrivino, è un’attesa che mi mette i brividi dentro, sono curiosa di conoscere questi bimbi.
Eccoli! Arrivano i primi 35 bambini della scuola media, sono tantissimi, sono bellissimi e con loro arriva tanta vivacità e gioia.
Ci presentiamo e poi via una prima attivazione con il corpo, mi sembra di vedere un banco di pesciolini nel mare, tutti, si muovono vicini e nella stessa direzione, sembra si facciano coraggio l’uno con l’altro. Il loro vocio e le loro urla mi piacciono, sono musica, il loro movimento prende una forma ed una direzione comune nello spazio.
Passiamo al lavoro artistico attraverso la consegna di un pennello e due colori: il bianco e il nero. Osservo che qualcuno fa fatica a mettere il pennello sul foglio, si avvicina appena, preferisce schizzare il foglio da lontano, mi colpiscono i maschietti stanno tutti vicini e attaccati, non passa molto tempo che le loro mani sono già immerse nel colore e vanno avanti così .
Scrivono il loro nomi sul foglio, ci sono delle faccine sorridenti, cuori, simboli del Tao; Tao in cinese vuol dire “via”, ”cammino”…
Il rotolone si riempie di questi due colori e di tutte le possibili sfumature, si riempie delle loro storie ed emozioni.
Ritorniamo al corpo, questa volta il loro movimento nello spazio incomincia ad ampliarsi, si staccano dal gruppo, alcuni rimangono vicini ad un compagno, altri invece se stanno da soli, ad un certo punto osservo che i maschi si mettono da una parte del foglio e le femmine dall’altra.
I maschi continuano a stare molto vicini tra di loro, le femmine tengono le distanze. Mi metto vicino ai maschietti, si spintonano, si tirano calci, schiaffi, mi sembra una scarica di energia non dico niente, li invito a portare attenzione alle parti del corpo di cui parla Roberta. Un bambino ad un certo punto mi dice che la musica gli mette tristezza e poi di nuovo giù a spintonare il suo compagno.
Ed ecco l’ultimo lavoro questa volta usiamo tutti i colori, sono liberi di usare pennelli, spugne, mani. Ognuno trova il suo spazio nel foglio non ci sono più gruppi. Compaiono palloncini colorati, cuoricini, arcobaleni , qualcuno disegna anche una casa e poi i nomi dei loro paesi, Amatrice, Visso, Ussita. Questa volta la bimba che prima aveva semplicemente schizzato il foglio inizia a disegnare e penso alla forza ed al sostegno che i materiali possono dare.
Non avevamo dato alcuna istruzione su cosa disegnare, avevamo detto di rappresentare il loro movimento sul foglio con il colore. La danza ha smosso le loro storie impresse nel corpo, anche gli schiaffi, le spinte che si davano i maschi erano un movimento era il loro modo per esprimersi, e poi sono comparse sul foglio le loro case, i nomi dei loro paesi.
Fantastico!
Ci prendiamo un attimo di pausa prima di accogliere gli altri bambini, mi siedo sul tavolo ed ecco che la terra incomincia a tremare, sento gli oggetti che vibrano, rimango là ferma e seduta, non ho paura so che l’unica cosa che mi è passata per la mente in quell’istante è stato questo pensiero: “IO rimango qua e non mi smuovi!”
Arrivano i bimbi delle elementari, entrano, si tolgono le scarpe, iniziamo mettendoci tutti in cerchio, sono bravissimi, iniziamo con un’attivazione li vedo tutti contenti ma dopo pochi minuti arrivano le maestre, bisogna evacuare, ci sono altre scosse anche molto forti, bisogna uscire dall’edificio.
Ci troviamo tutti nel giardino e qua cerchiamo di fare qualche lavoro tutti assieme con il corpo, perché anche se la terra trema se la paura ci invade, noi possiamo mantenere la nostra stabilità e la danza e l’arte sono uno strumento fortissimo nell’aiutarci in questo.
Ci mettiamo in cerchio, alcuni bimbi non si tolgono neppure gli zaini dalle spalle, forse se li tengono stretti a loro per sentirsi più sicuri mi dico e non insisto, ma vedo che dopo qualche minuto che ci iniziamo a muovere, a saltare anche il più irriducibile lascia lo zaino a terra, li vedevo preoccupati all’inizio nel lasciare le loro cose, li rassicuro che rimarrà tutto vicino a noi.
Un po’ alla volta i bambini ritornano a casa, arrivano i genitori a prenderli. E così ci salutiamo con i bimbi e le maestre.
E’ giunto il momento per noi, le emozioni vissute in queste ore sono state tante e sentivamo il bisogno di farle uscire attraverso la danza e l’arte. Ricordo che mentre dipingevo non pensavo, la mia mano andava, il colore si espandeva sul foglio avevo bisogno di spazio ma allo stesso tempo di essere contenuta e aver disegnato sullo stesso foglio con Roberta mi ha aiutato in questo.
Era molto forte in me il desiderio di movimento, non solo con il corpo ma avevo bisogno di integrare anche il colore, come se tutto ciò che avevo vissuto era entrato nel mio corpo e poi attraverso il colore e il movimento gli ho dato una forma visibile.
Non è la prima volta che vivo un terremoto, nel 2009 sono stata all’Aquila e lì avevo i genitori di mio marito che dormivano nelle tendopoli, ma non lo so questa volta era diverso , probabilmente perché anch’io ero diversa dentro.
Forse perché un terremoto interno l’ho vissuto anch’io anni fa, e sembrava impossibile risollevarmi, ma poi l’arte i colori, la danza mi hanno dato il sostegno e la forza per ricominciare, passo dopo passo e mattone dopo mattone ho ricostruito la mia casa ed ora nemmeno quella scossa di terremoto che è vibrata sotto i miei piedi mi ha messo paura, perché solo con un grande lavoro le scosse non sono semplicemente scosse!
Ciò che ho voluto portare laggiù tra quei bambini è stata proprio la mia esperienza, perché ciò che vivi dentro di te poi passa anche gli altri .
Tutti i bambini sono speciali anzi tutti siamo speciali, e attraverso i lavori di questi bambini ho avuto modo di vedere la distruzione e anche la loro rabbia, qualcuno ha detto “Perché Amatrice è distrutta invece Bergamo è ancora in piedi!” ma ho visto sorgere anche ARCOBALENI, PALLONCINI COLORATI E NUOVE CASE PIENE DI CUORI!
Erano arrabbiati, tristi, ma la voglia di ricominciare era tanta , ed è da loro che si ricomincia, dalla loro gioia, e dalla loro creatività e ciò che abbiamo portato è stato un mezzo per sostenerli per farli sentire che non sono soli e che tutto si può trasformare nella vita e tutto può ricominciare.
E poi, e poi c’è anche un’altra cosa importante che devo dire, anche noi avevamo accanto degli angeli custodi, che da Milano ci seguivano, ci sostenevano ed erano con noi grazie Erika, Angela, Clara, Laura e Silvia!
Vorrei concludere questo mio diario, non con frasi prese da libri stampanti, ma con una frase che mi viene dalla mia esperienza, non dobbiamo pensare alle tragedie solo ed esclusivamente come la fine di tutto, dobbiamo piangere sì, sentire il nostro dolore, disperarci, ma poi cerchiamo di vedere la luce che c’è in lontananza, come quel piccolo spiraglio di luce che quel mattino in riva al mare si faceva intravedere nonostante il cielo buio , dandoci la speranza che comunque il sole ogni mattino risorge.
Grazie a tutti per questa bellissima esperienza che non scorderò mai!



Daniela Vargiu
ANDARE OLTRE L'ESPERIENZA

L’inizio del viaggio
Alle 10.00 del 17 Gennaio la macchina di Roberta ci raccoglie dal punto di incontro di Comasina, alla periferia di Milano e, carica anche del materiale artistico iniziamo il viaggio di quasi 5 ore che ha come prima destinazione Loreto presso la struttura dove i bambini sono attualmente ospitati per fare lezione.
La struttura di Loreto, una casa per vacanze religiose, è stata scelta grazie all’intervento del sindaco di Visso, per dare possibilità di avere un punto di riferimento ai bambini, che attualmente non hanno più a disposizione di strutture scolastiche e che possano avere modo di ritrovarsi insieme, rafforzando le loro unioni.
Li ci aspetta Valentina responsabile sala della Casa Vacanze Religiose, dove i bambini dei comuni colpiti dal terremoto, attualmente sono ospitati per continuare il programma scolastico.
Valentina si mostra accogliente fin da subito nei nostri confronti e disponibile nel cercare di darci quanto ci necessita per gli incontri che si terranno il giorno successivo.
Dalle 16 alle 18 circa ci dedichiamo all’allestimento del setting.
La sala si presenta in buone condizioni (si vede che la struttura è nuova), presenta un pavimento scuro in ceramica, un lato della parete di colore giallo e le altre bianche. Infissi nuovi e il locale appare particolarmente luminoso, avendo su un lato intero della stanza le finestre che prendono luce dall’esterno.
Il salone è molto ampio ma funzionale alla quantità di bambini che avremmo dovuto condurre che sarebbe stato di circa 35 per gruppo.
Una volta sistemati i fogli a terra e i colori da utilizzare l’indomani, abbiamo lasciato la sala e ci siamo avviati verso il campeggio per sistemarci sia per la cena che per la notte.

Scoprire la realtà
Da Loreto ci spostiamo sulla costa marchigiana precisamente a Porto Recanati, dove avremmo alloggiato presso il camping insieme alle famiglie sfollate del territorio.
Appena arrivata al camping avvertivo già un’atmosfera diversa, iniziavo realmente a rendermi conto di dove mi trovavo e soprattutto in che situazione stavo entrando.
La sala bella, luminosa e l’accoglienza formale di Valentina inizia ad essere un ricordo, perché si intuisce il grande lavoro che c’è da fare, nonostante la stagione invernale, e la situazione di tensione con cui si deve gestire il tutto.
Mentre attendiamo di essere accompagnati ai nostri alloggi, arriva anche un uomo della protezione civile per portare medicinali che servono agli ospiti della struttura.
Veniamo di li a breve accompagnati nei nostri alloggi dove ci prepariamo per cenare insieme agli altri ospiti.
Raggiungiamo il camping e ci avviamo verso la mensa dove attendiamo la Sig.ra Romina (Responsabile dei Servizi Generali) e la Sig.ra Luana (Consigliere Comunale) del Comune di Ussita.
Appena entrata nella sala la cosa che immediatamente colpisce lo sguardo ma anche il cuore sono gli sguardi persi e assenti degli anziani seduti a tavola. Inevitabile è anche lo sguardo tra noi compagni che in silenzio capiamo la situazione.
Non sappiamo nulla di loro ma l’energia, il clima e gli sguardi che incrociamo raccontano già molto. Il vuoto è quasi percettibile, palpabile; la sensazione di smarrimento è penetrante.
Mi rendevo sempre più conto che non ero solo li come presenza, ma iniziavo ad entrare con loro nella situazione. All’arrivo delle Signore ci accomodiamo al tavolo ed iniziamo con loro a cenare.
Sono seduta vicino a Romina ed iniziamo una conversazione, in cui cerco di rimanere quanto più concentrata per non fare domande fuori luogo e soprattutto con la massima delicatezza possibile.
Romina si mostra subito accogliente e disponibile ma ciò che traspare è la grande forza d’animo e la dignità del grande valore umano che lei come le altre persone conosciute mostrano.
Si scusa per il ritardo perché per andare al lavoro, il comune di Ussita al momento è all’interno di un tendone, deve percorre tutti i giorni 300 km.
Ussita e Visso sono piccoli centri all’interno del territorio marchigiano, mentre le strutture di accoglienza attualmente si trovano lungo la costa del territorio.
Iniziano così i primi racconti, senza vittimismo, altro particolare che colgo e che mi lascia il segno.
Mi racconta delle scosse della notte del terrore e dell’unico pensiero di prendere sua figlia e correre nella strada con quasi nulla addosso.
Un passo alla volta cercano di ricostruire quello che c’è come si riesce a fare, per quanto gli ostacoli soprattutto burocratici sono tanti e assurdi.
Le strade sono impraticabili e ci sarebbe bisogno al più presto di ricostruirle ma la burocrazia è schiacciante, lo dimostra l’impossibilità da parte di un’impresa edile offertasi di ricostruire a titolo gratuito alcune strade per favorire gli abitanti di raggiungere il posto di lavoro, a causa del divieto da parte della Protezione Civile che ne ha impedito l’avvio.
Dopo il terremoto che ha distrutto l’Aquila il Decreto Sismi ha deciso che nessun lavoro può essere eseguito (neanche a titolo gratuito) se non passa da gara d’appalto pubblico; questo rallenta ogni prospettiva di rimessa in opera di qualsiasi progetto.
Una delle tante altre assurdità è che secondo procedura non rientrano più in stato di emergenza e questo fa si che la protezione civile non si può più prendere cura di far pervenire medicinali e cure agli sfollati accolti nelle varie strutture sparse lungo la costa.
Non essendoci più i comuni vengono a mancare i medici di riferimento che da parte loro non riescono a coprire tutta l’area in cui gli abitanti sono stati alloggiati.
Un circolo vizioso che ha dell’assurdo, dell’incomprensibile ma raccontato con forza e dignità.
Chiedo con delicatezza a Romina se hanno una minima prospettiva futura sui tempi per la consegna delle casette che dovrebbero arrivare in sostituzione degli alloggi provvisori del campeggio, ma non vi è nessuna prospettiva e con un sorriso amaro mi risponde “siamo stati abbandonati”;
Le chiedo se sono arrivati aiuti dai volontari e questo si è avvenuto rispondendomi “anche troppo”. Gli aiuti sono arrivati subito sia con la scossa del 29 Agosto che con quella di ottobre. Ci sono stati aiuti anche da parte di psicoterapeuti ma anche troppo, quasi un’invadenza. Romina mi dice: “ Con questo non vogliamo togliere nulla rispetto a chi ci ha dato tanto, non possiamo dire nulla, anzi davvero importante e ineguagliabile. Ma dopo la scossa del 29 agosto in cui avevamo già perso molto di nostro e facevamo fatica a capire cos’era successo, con quella di ottobre abbiamo definitivamente perso ogni punto di riferimento, e in alcuni momenti i troppi aiuti ci hanno fatto sentire un po’ come “animali da circo””.
Si scusa nel farmi questa dichiarazione temendo un fraintendimento, ma la tranquillizzo dicendole che non ha nulla di cui scusarsi, che non posso lontanamente immaginare cosa possa aver vissuto e che quel che racconta è il racconto di chi ha vissuto un’esperienza che non ha parole.
Romina mi prende la mano e con un sorriso risponde come a dirmi grazie e mi sento di dirle che un passo alla volta si può andare avanti.

In merito alla situazione delle persone veniamo a sapere che chi ha maggiormente risentito del trauma sono gli anziani, che sono tra l’altro una notevole percentuale degli abitanti, che non vedendo una prospettiva futura è come se si stessero lasciando morire.
Alcuni adulti iniziano a non contenere più il disagio e mostrando segni di cedimento emotivo.
I bambini sono quelli che mettono in atto la resilienza nel miglior modo, anche se ci sono due tipologie di bambini.
Romina mi spiega che i bambini che si sono ritrovati insieme nei campeggi hanno saputo fronteggiare con maggior risorse il trauma, grazie alla capacità e l’opportunità di fare gruppo. Sono invece i bambini sistemati per motivazioni differenti in situazioni più isolate a mostrare segni più evidenti di trauma come il non mangiare o aver perso vitalità.

Terminata la cena Luana e Romina ci ringraziano per l’ospitalità e la generosità che la scuola ha messo a loro disposizione e ci auguriamo entrambe che quello sia solo l’inizio di un nuovo futuro.

Condurre e adattarsi
La sera tornati nei nostri alloggi dopo esserci congedate da Romina e Luana, io Cristina e Roberta ci poniamo una domanda profonda: Cosa ci dobbiamo aspettare domani? Come saranno i bambini che avremo da condurre?
Non avevamo idea di cosa sarebbe accaduto e di chi avremmo condotto. Non era un problema di come progettare, cosa fargli fare o chissà quale altro dubbio metodologico.
La domanda andava oltre; avevamo visto e capito cosa era accaduto e cosa accadeva e diventava davvero difficile poter immaginare.
L’esperienza entrava dentro noi, facendoci sentire un po’ loro.
Il mattino presto ci mettiamo in viaggio verso Loreto cogliendo anche l’occasione di vedere l’alba al mare. La natura riesce ancora a regalarci un po’ di bellezza e magia e un po’ di speranza.
I colori del giallo e arancio si aprono lentamente nel blu profondo anche della notte.
Arriviamo nella struttura e Valentina è già pronta a d aspettarci e troviamo i locali un più caldi rispetto al giorno precedente.
Aspettiamo così il primo gruppo di ragazzi delle medie.

Vivere l’attimo presente
Accogliamo i ragazzi, sono un bel gruppo di 35 adolescenti. E’ un bel gruppo lo si avverte: vivaci, allegri, ci sono i gruppi come l’adolescenza vuole, ci sono i timidi, ci sono i leader.
Ma tutto è armonioso. Si fanno coinvolgere dai movimenti di Roberta , dalla musica e dal colore.
Prima con il bianco e nero e poi con i colori, danno vita ai fogli a terra ed emergono simboli significativi: case, cuori, fiori e i nomi delle città Ussita, Visso e anche Amatrice scritte con i relativi colori.
Ma ci sono anche smile inizialmente dipinti e poi cancellati.
Mi rimane impressa una ragazza che inizialmente disegna un grande smile con la tempera nera e vi rimane assorta per diverso tempo. Guarda le compagne intorno e non fa altro se non rimanendo con il pennello in mano e lo sguardo triste.
Io mi giro, vado anche dagli altri, mi vivo l’esperienza. E’ un attimo e lo smile non esiste più, viene cancellato da una grande macchia grigia così come lo smile della compagna al fianco.
Colore e danza danno vita a questo momento che anche se per poco ha permesso un po’ di spensieratezza.
Un grande cerchio finale e un saluto e un applauso ai ragazzi conclude l’esperienza.

Io e Claudio sistemiamo gli attrezzi di lavoro, e ci portiamo ai servizi per lavare pennelli e ciotole, mentre Roberta e Cristina preparano per il secondo gruppo.
La spensieratezza del primo incontro viene presto cancellata.
Alle 10.30 la prima scossa che non avvertiamo come i ragazzi che sono sistemati al terzo piano dell’edificio, riporta la paura e i ragazzi vengono fatti evacuare.

Cosa succede ora? Questa la prima domanda che ci siamo fatti.
Non capivamo cosa sarebbe successo e cosa dovevamo fare.
Una persona ci ha raggiunto avvertendoci che i bambini per precauzione erano stati portati al di fuori dello stabile e che sarebbero arrivati con un po’ di ritardo.
Un po’ frastornati accogliamo la notizia ed aspettiamo i bambini pronti ad accoglierli con lo stesso entusiasmo e lo stesso sorriso.
Verso le 11.00 arriva il secondo gruppo dei piccoli: meravigliosi bambini dai 6 agli 8 anni.
Ci presentiamo in un grande cerchio e rimaniamo folgorati e rapiti dalla loro vivacità e da come entrano subito nell’esperienza come se non fosse accaduto nulla.
Iniziamo guidati da Roberta a muoverci nello spazio giocando con il movimento del corpo.
Ma questa magia dura poco. Le maestre arrivano e senza creare panico ci invitano a smettere e accompagnare i bambini a rimettersi le scarpe e prendere i cappotti per uscire nuovamente dallo stabile.
Un’altra scossa ci impedisce di proseguire ma questa volta in maniera definitiva.
Un attimo e tutto finisce.
Percepisco la sensazione di vuoto quando i bambini escono in fretta. E’ una sensazione strana passare dalle voci di un attimo prima al silenzio dell’attimo successivo.
Mi rendo conto che sono dentro la situazione come loro, non sono davanti alla tv o leggendo una pagina di un giornale.
La terra tremava e noi eravamo li.
Usciamo anche noi e stiamo per il resto del tempo con i bambini nello spiazzo all’aperto.
Incontriamo gli sguardi persi delle maestre che cercano di affrontare la situazione.
Per loro è una paura che si ripresenta è un rivivere l’esperienza traumatica.
Intanto si attende che i genitori vengano a prendersi i bambini e che il bus raccolga tutti gli altri per riportarli nei rispettivi alloggi.

Decidiamo di tornare nel salone e di terminare ciò che non aveva avuto modo di essere terminato; ci facciamo guidare da Roberta in un attivazione corporea e poi completiamo tre grandi fogli con il colore.
Lasciamo una traccia come augurio che ci possa essere continuità, un futuro nonostante tutto.

Che danza e arte siano solo un piccolo inizio per un futuro nuovo tutto da ricostruire.

Infine….
L’esperienza è andata oltre a quello che mi sarei aspettata.
Questa volta non erano cartelle cliniche, non erano racconti di pazienti è stato vivere qualcosa standoci dentro.
Tutto è passato anche attraverso il corpo: percepire la terra muoversi, il tavolo spostarsi, le emozioni dei racconti.
Vivere l’attimo presente senza sapere l’attimo successivo cosa avrebbe regalato.
Ascoltare le parole dei racconti, guardare gli sguardi persi nell’incertezza, nella paura, nel vuoto.
Ammirare i bambini mettersi le scarpe senza creare confusione, quasi come un gioco mettersi in fila e seguire le maestre accompagnati dall’innocenza della loro età.
La resilienza: quella capacità che solo i bambini sanno mettere in atto con maestria.
Lasciare anche una mia traccia dopo tutta l’esperienza, affinchè rimanga come augurio di un Arrivederci. Piangere per dare sfogo alle emozioni.
Sentirmi un attimo prima piena, poi vuota e poi ancora piena.
Tornare a casa e capire che quanto vissuto rimane nella pelle di me individuo ma anche di me futura arte terapeuta.
Capire che l’arte può fare tanto e aver voglia di tornare.
Imparare la dignità, il coraggio e la determinazione.
Portare dentro me un segno come prezioso valore aggiunto.

 

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