Le origini della Danzamovimentoterapia e della Danzaterapia Clinica

‘Colui che conosce il potere della danza, vive in Dio’, dice il poeta derviscio Rumi (nota 1).
La danza, nella sua essenza, altro non è che la vita, innalzata a un grado più elevato e intenso. Non esiste avvenimento, nella vita dei popoli, che non sia consacrato alla danza. E la cura è uno di questi.

L’unica definizione possibile di danza è quella di movimento ritmico, ma la sua gestualità si differenzia profondamente da quella pratica e quotidiana: si struttura come simbolica e, appunto, e in questo contesto, significante. La danza è dotata di una sua propria autonomia espressiva, anche se, storicamente e culturalmente, essa è, nella quasi totalità dei casi, sostenuta dalla musica.

Nell’uomo, esiste e si rivela una stretta corrispondenza tra azioni motorie e impulsi interiori che le determinano, anche spirituali e morali (appunto, umani). Per l’uomo, dominare il movimento significa essere padrone della propria energia vitale, a un tempo fisica e mentale, muscolare ed emozionale. L’uomo si muove per soddisfare un bisogno. Attraverso il movimento, l’uomo tende a qualcosa che ha per lui un valore, e il movimento è il risultato di questa sua tensione verso; la forma e il ritmo del movimento ne mostrano la disposizione. Ogni movimento che possa definirsi autenticamente umano è indissolubilmente legato a uno sforzo (brutta traduzione italiana della bella parola effort, che usa Rudolf Laban (nota 2), che ne è l’origine e il movens interiore.

Il corpo del danzatore segue direzioni definite nello spazio e le direzioni creano forme e motivi. La danza può essere considerata come la poesia delle azioni corporee nello spazio. Il movimento è un fatto che cambia di significato con i continui cambiamenti della sua espressione. Possiamo dire che la danza è, dunque, la forma espressiva più lontana dal fatto e più vicina all’evento. La danza vive nel corpo del danzatore, ed esiste, solo, nell’inarrestabile divenire del movimento. Il corpo è il luogo del nostro esistere, è il centro della fitta rete delle nostre correnti energetiche, emozionali e simboliche che costruiscono la trama della nostra vita.

Ancora fino alla fine dell’Ottocento, in Occidente, l’accademicità e la ‘classicità’ della danza rappresentavano, solo, un’arte statica e priva di impulsi creativi. Il balletto continuava ad avere, come obiettivo principale, quello di mostrare forme belle, dinamizzate in atteggiamenti graziosi e leggiadri. Tutto era teso a negare peso e forza di gravità, la realtà era sostituita con la fiaba, e il tecnicismo esasperato cercava in ogni modo di bandire la partecipazione emotiva e la presenza di gesti autonomi. E’ solo nella prima metà del Novecento che nasce la Modern Dance, un approccio diverso alla danza e al movimento che risente del tumultuoso clima culturale dei tempi.
Isadora Duncan (1877-1927) aprirà la porta alla danza libera e alla libera espressione soggettiva dell’emozione; e suo principio ispiratore sarà l’idea che la danza può e deve esprimere l’anima dell’essere umano, attraverso il corpo e il movimento (nota 3). Qual è il centro motore del corpo, il movimento chiave? Qual è il luogo dal quale parte il muoversi, e dove va? La musica, dice Duncan, è stimolo emozionale e corporeo, e, appunto, muove; i piedi devono appoggiare a terra, sentirla, radicarvisi.

Martha Graham (1984-1991) sostiene che la funzione della danza è la comunicazione (nota 4). I principi ispiratori del suo nuovo linguaggio espressivo sono la ricerca del primo movimento, identificato dell’atto del respirare, nel contraction-release del torace; l’intensificazione del dinamismo dell’atto; il rapporto col suolo; il principio di totalità, per cui il corpo è un tutto unico, ed è interamente quello che è, in tutto ciò che fa (nota 5).
Rudolf von Laban (1879-1958) si domanda quali siano la natura e le motivazioni psicologiche sottese a ogni gesto (nota 6). Il movimento nasce da una motivazione interna, dice, ed è possibile coglierne il reale significato soltanto a partire dalle ‘leggi’, quasi matematiche, che lo regolano. Ciascun movimento può essere descritto a partire da quattro parametri: quale parte del corpo si muove? In quale direzione? A quale velocità? Con quale intensità? Lo spazio è dotato di livelli, direzioni, piani, ed è materia da plasmare attraverso i movimenti. La chinesfera descrive, secondo Laban, lo spazio individuale corrispondente al raggio d’azione degli arti.
Marian Chase (1896-1970) si forma alla danza moderna, e comincia il proprio percorso di insegnamento con i bambini. E sarà proprio osservando questi ultimi che noterà come, proprio tramite il movimento, essi potevano mostrare le proprie difficoltà, trovare un modo per chiedere aiuto, provare a risolverle. Questa semplice osservazione portò Chase ad accostare la grave patologia psichiatrica, e a ipotizzarne un trattamento. E’ nel 1966 che, sulle base di queste esperienze e a fronte di notevoli ‘successi’ terapeutici, Chase fonda l’American Dance Therapy Association.

Anche Trudy Schoop (1903-1999) è una danzatrice, e si accosta alla terapia grazie a diverse esperienze di ‘insegnamento’ della danza a pazienti psichiatrici. Mano a mano che il suo lavoro procede, Schoop si convince che il presupposto della Modern Dance possa essere letto nel suo doppio significato, e cioè: se è vero che il corpo esprime l’interiorità, allora è altrettanto vero che, lavorando sul corpo, possiamo arrivare a contattare la psiche. Da questo, discende anche il fondamentale principio secondo il quale le potenzialità e possibilità creative appartengono all’ambito ‘sano’, e quindi vitale della personalità umana.
Mary Stark Whitehouse, danzatrice formatasi alla scuola di Graham, diviene, negli anni, psicoterapeuta junghiana, e sviluppa una tecnica ancor oggi ampiamente praticata che prende il nome di Movimento Autentico.

La danza è attività che, intrinsecamente, possiede una triplice valenza: è attività corporea, è linguaggio corporeo, è arte. Analogamente, per Danzaterapia (Dancemovement Therapy, d’ora in avanti DMT), in ogni sua accezione e indirizzo, si intende: l’utilizzo terapeutico del movimento, in quanto processo per aiutare un individuo a ritrovare la propria unità psicocorporea; la sua specificità si riferisce al linguaggio del movimento corporeo e al processo creativo, che sono i modi attraverso cui si valuta e si interviene, all’interno di processi interpersonali che hanno come scopo la positiva evoluzione della persona. La DMT, allora: è una tecnica a mediazione motoria; è una tecnica a mediazione corporea; è una tecnica a mediazione artistica. Gli obiettivi della DMT sono: il piacere funzionale, l’affinamento delle funzioni psicomotorie, l’unità psicocorporea, la simbolizzazione, l’immagine corporea e la stima di sé (nota 7).


La ‘pulsione al movimento’ caratterizza ogni essere umano (nota 8) in quanto essere vivente, relazionato all’ambiente che lo circonda, e agli altri. Tutte le sensazioni prodotte dal corpo e dal movimento (siano esse tattili, dolorifiche, termiche, posturali) danno origine allo schema corporeo; e poiché esiste una stretta correlazione tra movimento ed emozione (animi motus, e-motus), possiamo osservare come il corpo sia in grado di esprimere le emozioni attraverso la propria motricità, le proprie posture e attitudini.

NOTE
1. Sachs C., Storia della danza, Il Saggiatore, Milano, 1994
2. Laban R., L’arte del movimento, Ephemeria, Macerata, (1999)
3. Bentivoglio L., La danza moderna, Longanesi, Milano, 1977
4. Zatteroni C., Martha Graham e la Modern Dance, Marsilio, Venezia, 1983
5. Garaudy R., Danzare la vita, La Cittadella, Assisi, 1985
6. Laban R., ibidem, 1999
7. www.apid.it
8. Lapierre A., Aucouturier B., La simbologia del movimento, Edi Psicologiche, Cremona, (1984)


 

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